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martedì 11 dicembre 2012

Da quando l'ignoranza è diventata un punto di vista?

Sono una persona intollerante. E pure molto.

Oggetto della mia ostilità è ciò che per molti passa assolutamente inosservato.

Al contrario, non mostro alcun dispregio verso ciò che a tanti causa repulsione.

Non mi schifo a parlare di cacca a tavola, ad esempio, e questo dipende dal fatto che lavoro in un asilo nido e cambio pannolini tutto il giorno. Negli escrementi vedo qualcosa di assolutamente naturale e quasi sacro. I bambini ti aiutano a cambiare prospettiva su molte cose. Somigliano un po' all'amore, i bambini.

Non mi disturba vedere due uomini o due donne che si baciano. Non riesco nemmeno a capire come a qualcuno possa dar fastidio. L'unico sentimento negativo che tale visione può suscitarmi è forse l'invidia. Che comunque secondo me non è un sentimento negativo, ma se iniziassi a spiegare la mia tesi finirei col divagare, così lascio perdere.

Ho citato questi due esempi perché di recente il caso ha voluto che le mie orecchie sentissero da più voci le seguenti frasi:

Frase n°1: "Dio, che schifo quando qualcuno parla di cacca a tavola!". Amico, la cacca è proprio il prodotto, la diretta conseguenza, di quello che tu stai facendo in questo momento: mangiare.  E comunque a me si chiude lo stomaco di più guardando il telegiornale. Sto pensando di obbligarmi a mangiare davanti ad un TG per provare a far funzionare la mia dieta.

Frase n°2: "Io non ho niente contro le coppie gay, basta che lo facciano a casa loro!". ma cosa? Cosa devono fare a casa loro? Se una cosa ti fa schifo ti fa schifo sempre, indipendentemente da chi la fa. Se non tolleri un bacio in pubblico, che importa chi lo da? Vai a casa a nasconderti anche tu, allora! Ma secondo me le persone che riescono ad esprimere un simile pensiero sono le stesse che ammoniscono chi ruba una scatola di sardine al supermercato e poi votano Berlusconi.

Torniamo all'oggetto della mia intolleranza: l'ignoranza.

Qualcuno starà pensando: "Ammazza, quanto è spocchiosa questa, oh! Ma che si crede? D'essere più furba degli altri?!"

No, affatto. L'ignoranza ha l'aspetto positivo di essere motore e stimolo per "fare cose e vedere gente". Io se non mi sentissi ignorante non leggerei, non andrei a vedere una mostra o un film o un Paese, non comprerei un cd, non mi lascerei affascinare da nessuno. Perché penserei che non c'è nulla che valga la pena sapere, nulla che valga la pena vedere, nulla che valga la pena ascoltare e nessuno da cui valga la pena lasciarsi insegnare qualcosa.

La cosa che mi turba, mi spiazza, mi intristisce è l'ostentazione dell'ignoranza e il totale disinteresse che molti manifestano verso qualsivoglia forma di cultura. "Non lo so e non mi interessa saperlo" è la più infausta delle affermazioni che una persona umana possa fare (a meno che non riguardi i cazzi degli altri. In quel caso va bene).

Siccome sono un'amante delle figure retoriche, e il mio artificio linguistico preferito è senza dubbio l'antifrasi, io le persone così le chiamo "limited edition", non perché non ce ne siano moltissime, ma perché la loro mente è confinata in un'immaginaria linea di demarcazione da non oltrepassare mai, oltre la quale è impossibile espandersi. Le chiamo anche "low profile", non certo perché custodi del valore della sobrietà, ma per la bassezza di spirito. Il fatto di usare termini anglofoni è perché un'altra cosa che amo, dopo la mia lingua, è sapere anche quelle degli altri.

Adesso che ho fatto un po' la colta posso anche sbracare un attimo per augurare cordialmente alle persone in questione:

  • di sentirsi anche loro costantemente inadeguate;
  • di mettersi anche loro ininterrottamente in discussione;
  • di essere anche loro perennemente insoddisfatte.
A Natale siamo tutti più buoni? Non credo proprio. 

Post Scriptum: rileggendo queste righe mi rendo conto di quanto risultino poco legate, probabilmente si faticherà a tenere il filo del discorso, ma concedetemi questo sfogo personale: sono agghiacciata. E no, non è l'inverno.

Nota: la frase utilizzata come titolo è del fumettista statunitense Scott Adams.






mercoledì 1 agosto 2012

Hipsteria

Eravamo 4 amici al bar. Bevevamo birra biologica di produttori locali e intanto fumavamo sigarette di tabacco senza additivi appena rollate a mano. Avevamo tutti e quattro la T-shirt dei Joy Division. Non una T-shirt dei Joy Division a caso, quella di Unknown Pleasures, ovviamente. Quella degli Smiths o di Morrisey da solo ce l'avevamo a casa nel terzo cassetto. Sopra la maglietta, un cardigan uguale uguale a quello che ci aveva fatto nonna da piccoli, ma comprato l'altro ieri in un negozio vintage. Oppure una camicia a quadretti. Tutti e quattro portavamo i baffi, chi arricciati in punta come Dalì, chi disordinati come se fossero cresciuti per caso (certamente tutti li portavamo radi; avevamo l'età in cui i uomini e donne hanno la stessa quantità di baffi). Indossavamo tutti e quattro pantaloni troppo stretti ed espadrillas senza marchio di fabbrica.Tutti quanti portavamo gli occhiali. Grandi, grandissimi, facevamo la gara a chi aveva l'occhiale più grande, come qualche anno prima, alle medie,  facevamo con il pisello. Portava gli occhiali anche chi ci vedeva benissimo. Piuttosto ci si metteva le lenti neutre, o li si portava finti. Molti avevano il cappello. Chi di paglia, chi un basco, qualcuno il borsalino per darsi un tono. Le ragazze avevano lacci che stringevano le tempie o chignon che sembravano stare lì sulla testa da almeno un paio di notti. Si andava spettinati. Andare dal barbiere sotto casa o da Jean Louis David in centro era troppo mainstream. Le ragazze avevano pantaloni a fiori senza forma, borse troppo grandi o troppo piccole per qualsiasi tipo di utilizzo. Qualsiasi capo d'abbigliamento mettessero era o troppo largo o troppo stretto. A parte qualche piccolo tratto distintivo, c'erano poche differenze tra uomini e donne. Non volevamo appartenere a niente. Nessuna politica, nessuna religione, nessun genere predefinito, l'orientamento sessuale incerto o variabile, come il tempo a giugno. Solo nell'arte volevamo distinguerci. La musica che ascoltavamo noi non doveva per nessun motivo essere passata in radio, altrimenti diventava alla portata di tutti. Di qualsiasi gruppo musicale si parlasse, se conosciuto ai più, dovevamo dire "è troppo sottovalutato" o "è decisamente sopravvalutato". Qualsiasi gruppo ci nominassero, dovevamo dire "io lo seguo dagli esordi", altrimenti non valeva. Non importava davvero che avesse un senso quel che stavamo dicendo, bastava sfoggiare una cultura musicale inesistente e far colpo sull'interlocutore. La letteratura che piaceva a noi doveva essere disprezzata dalla maggior parte dei lettori, altrimenti non avremmo saputo nulla di nuovo. I libri dovevano contenere frasi incomprensibili formate buttando parole e concetti a caso, e noi dovevamo dire che in quella frase lì ci vedevamo l'essenza della vita. Le foto che facevamo noi, sempre con un filtro diverso, dovevano comunicare angoscia e disorientamento a chi le vedeva. Le foto più felici e colorate potevano al limite comunicare malinconia. Per quanto riguarda il cinema, solo mattoni polacchi o documentari iraniani erano degni della nostra attenzione. Volevamo essere diversi, invece eravamo tutti uguali. Ci impegnavamo al massimo per sembrare hipster, ma il vero hipster non deve sapere di esserlo, quindi facevamo finta che non ce ne fregasse nulla. Avevamo le facce disilluse e l'aria vagamente bohémien, anche se eravamo quasi tutti figli di papà. Qualche anno prima giravamo su scooter modificati, ma poi avevamo addirittura rifiutato l'automobile pur di avere una bicicletta sgangherata con cui andare in giro. Gli oggetti "di lusso" che ci potevamo, anzi, dovevamo, permettere, erano lo smartphone e le vacanze a Londra o a Berlino. Beh, anche i nostri vestiti costavano un sacco di soldi, ma dovevamo far finta che ce li avessero tirati dietro al mercato del sabato. Eravamo giovani, eravamo stupidi, o forse dei geni: avevamo mischiato i pezzi peggiori della moda dei vent'anni precedenti e ne avevamo fatto uno stile, una cultura. Se qualcuno solo un paio d'anni prima si fosse vestito come noi e avesse avuto le nostre passioni, lo avremmo sfottuto in eterno. Era il duemiladodici e avevamo diciotto anni.